Sono più di 8 milioni in Italia le persone che si dedicano alla cura di un famigliare non autosufficiente. Non si tratta solo di madri e padri con bambini piccoli e non ancora autonomi, ma anche di figli, compagni, coniugi e amici che si prendono cura di anziani, malati o disabili. Molti di loro affiancano questo impegno quotidiano al proprio lavoro principale, affrontando pesanti carichi di fatica fisica e stress mentale, spesso in silenzio, all’oscuro di azienda e colleghi.

È proprio su di loro che si è concentrata una recente indagine condotta da Jointly insieme all’Università Cattolica di Milano su un campione di 30.000 lavoratori di aziende medio-grandi in Italia e ripresa oggi da Il Sole 24 Ore in un articolo a firma di Cristina Casadei.

Dall’indagine emerge che un lavoratore su tre è caregiver. Di essi, il 77% dichiara che, spesso o quotidianamente, è impegnato nell’assistenza a un familiare che diventa praticamente un secondo lavoro. Uno su quattro rientra nella cosiddetta “Sandwich Generation”, cioè gestisce contemporaneamente un familiare non autosufficiente e figli piccoli o adolescenti.

Dati tratti dall'articolo de Il Sole 24 Ore

Dati tratti dall’articolo de Il Sole 24 Ore

Come riportato nell’articolo, nei prossimi decenni assisteremo a coorti di popolazione in età anziana, quindi over 65 anni, sempre più infoltite dalle positive condizioni di sopravvivenza presenti e future, che, secondo l’Istat, nel 2065 consentiranno agli uomini di vivere in media 86,1 anni e alle donne 90,2. Il picco di invecchiamento, in Italia, è atteso nel 2045-2050, quando la quota degli ultrasessantacinquenni supererà il 34%: questo significa che, allora, oltre un italiano su tre avrà più di 65 anni. E grandi aspettative per diventare un ottuagenario. Con molto bisogno di cura, però, e un impatto forte su economia e mondo del lavoro.

Ed è proprio dal mondo del lavoro che emergono oggi nuove iniziative di welfare e di “conciliazione vita-lavoro” in supporto ai caregiver lavoratori, con l’obiettivo di alleviare loro la fatica delle incombenze quotidiane, ed evitare così le peggiori conseguenze di questa trasformazione sociale, come l’uscita anticipata dal mondo del lavoro e il rischio di burnout legato a stress, preoccupazione e fatica emotiva.

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