Il congedo familiare: non un “congedo” ma una “trasferta” in cui si investe sul presente e sul futuro delle persone e delle aziende

Gen 20, 2020 | Comunicati stampa

Milano, 20 gennaio 2020. Il Governo studia la Riforma del congedo parentale con l’obiettivo di condividere e bilanciare tra madre e padre l’obbligo di conciliazione lavoro – carriera. La proposta di Palazzo Chigi di introdurre un unico congedo famigliare della durata di sei mesi, di cui poco meno di 5 mesi riservato alle neomamme e poco più di 1 mese ai neopapà va in questa direzione.

Per contribuire alla riflessione su questo tema, il prossimo 23 gennaio Riccarda Zezza che da anni studia i temi legati alla genitorialità ed è CEO di Life Based Value, società proprietaria del metodo MAAM, che trasforma l’esperienza genitoriale in un master in competenze soft, ospiterà presso la sede milanese in Via Ampère 30 alle 17, il workshop “5×5”, prima tappa focalizzata sul congedo di paternità, di un viaggio per l’Italia in cui 5 parlamentari – tra cui Lia Quartapelle e Alessandro Fusacchia – discuteranno con esperti e cittadini 5 idee per influenzare l’agenda del governo e incidere sul futuro dell’Italia.

Riccarda Zezza commenta: “Il problema sta all’origine, nel modo in cui definiamo e quindi consideriamo il periodo di astensione dal lavoro: “congedarsi” vuol dire andare via, mentre chi si assenta dal lavoro per prendersi cura dei figli è più presente che mai nella società e sta anche migliorando competenze ed equilibri in un modo che avrà un ritorno positivo sul proprio lavoro. Non si tratta quindi di un congedo, ma di una vera e propria trasferta: per le madri come per i padri”.

Life Based Value ha rilevato quali sono i principali “ostacoli alla paternità” per chi lavora. I risultati dell’analisi qualitativa su un campione di 200 padri, utenti del master MAAM evidenziano 4 grandi categorie:

  1. Ostacoli culturali (42%) legati agli stereotipi che gravano sugli uomini in azienda, nella società e nelle relazioni.
  2. La gestione di tempo (35%) l’insieme di difficoltà connesse alla capacità di organizzare la propria vita quotidiana, bilanciando il tempo per il lavoro e quello per la famiglia.
  3. La sostenibilità familiare (13%) legata all’aspetto economico e di welfare: poter garantire ai propri figli un tenore di vita all’altezza delle aspettative sociali si traduce nella necessità di fare più lavori o di lavorare di più, di fatto sottraendo ulteriore tempo alle cure familiari.
  4. Altri ostacoli (10%) si legano alla scelta di investire nella realizzazione di una famiglia a discapito della propria carriera professionale, oppure di investire nella propria professione, a discapito della presenza e dell’attività di cura nei confronti della famiglia.

Le ricerche indicano che la maggiore presenza paterna ha benefici su molte dimensioni: oltre a migliorare l’intelligenza emotiva dei padri, ha un impatto positivo sulle performance scolastiche dei figli e diminuisce i conflitti nella coppia. Sappiamo che la formazione in competenze soft dei dipendenti porta a un aumento della produttività del 12%, e a un ritorno sull’investimento fino al 250%.

Invece di considerarlo un mese di “congedo”, la paternità – ma anche la maternità andrebbe quindi definita come una “trasferta”, in cui gli uomini vanno sia ad allenare competenze, che torneranno loro utili anche in ambito lavorativo che a ridurre il rischio di dover sostenere costi molto più alti in futuro per non aver potuto investire tempo e risorse in fasi critiche della vita familiare.

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